Riflessioni

Le bugie della Lega Nord – La vera storia del RE3

Le bugie della Lega hanno le gambe corte. Basta consultare la cronistoria dei Piani Regolatori di questi ultimi 20/30 anni per capire che  centrosinistra e centrodestra uguali non sono nel consumo di territorio. La vicenda del piano di lottizzazione BE3 sta diventando emblematica dei comportamenti delle forze politiche e delle persone. Attraverso di esso si può leggere il merito delle questioni e il travisamento dei fatti operato dall’assessore  Bogani e dal comunicato della Lega del 25 luglio. La Lega afferma che: “è inaudito che le critiche al PGT del 2013 abbiano origine da coloro i quali hanno condotto l’Amministrazione comunale di Paderno Dugnano dal 1995 al 2009, cementificando la Città senza limiti. Sappiano i Cittadini di Paderno Dugnano che in questi 8 anni la Lega Nord di Paderno Dugnano ha governato la Città con l’obbiettivo di salvaguardare il Territorio e di fermare la speculazione edilizia avvenuta prima del 2009. Non è stato facile ma oggi Paderno Dugnano è una Città molto più attenta al consumo di suolo.”

Per rispondere agli slogan leghisti basterebbe ricordare il bell’articolo di Francesco Rienzo su Paderno 7.0 on air del 26 di luglio 2017. Correttamente e con onestà intellettuale Rienzo dice che l’aumento delle volumetrie è merito del centrodestra “per una precisa scelta politica“ del PGT del 2013. A buon intenditor poche parole. Ma poiché non voglio sottrarmi alle responsabilità, che ho avuto nell’urbanistica padernese per almeno 15 anni, ho ricostruito con l’aiuto di alcune amiche ed amici la vera storia del BE3. Come e da dove nasce quell’ipotesi edificatoria? Nella tabella sottostante ho cercato di esemplificare  i dati ricostruiti.

Dobbiamo risalire al PRG del 1989 (Sindaco G.Mastella, Assessore all’urbanistica G.Mauri e progettisti M.Engel e G.Zaniboni) che prevedeva due piani distinti di lottizzazione (il n.30 e il 37) per un totale complessivo di mc.2.800. Dopo 10 anni, nel 1999 con la Variante al PRG (Sindaco E. Casati, Assessore all’urbanistica G.Massetti e progettista G.P.Maffioletti) si individua un unico piano attuativo il BC2 di mc.2.800 che confermando i valori volumetrici dei due precedenti piani aumentava lo standard di cessione per la realizzazione del progettato Parco Urbano del Seveso. Fin qui tutto bene.

È con il PGT del 2013 e con la precisa scelta politica del centrodestra (Sindaco M. Alparone, Assessore all’urbanistica G.Bogani e progettisti DRH associati) che il BC2 di mc.2.800 diventa il RE3di 13.900 mc. circa. Questi sono i fatti. Chiunque può verificarli. È così chiaro chi ha deciso che cosa; chi ha aumentato i volumi e chi sta cementificando. Altro che balle. Così un piano attuativo bilanciato e proporzionato e finalizzato alle due scelte sopra richiamate (salvaguardia di diritti acqusiti e realizzazione del PUS) è diventato un piano enorme e sproporzionato con il PGT del 2013. Grazie anche alle scelte della Lega e di G. Bogani assessore all’urbanistica.

 

la cronistoria e i dati del RE3

Strumento di pianificazione e anni mq. superficie del comparto

oggi RE3

mc. di residenza

previsti

mq di aree in cessione Sindaco-Assessore

Progettista

PRG 1977-80

 

0 0 le aree erano a standard Strada-Negri (GP.Maffioletti)
PRG 1989-93

 

N.30

N.39

mc.1.500

mc.2.300

Mastella-Mauri

(Engel/Zaniboni)

PRG 1999-03

 

BC2

11.591,77mq.

mc.2.800 mq.8.900+

mq.1.100

Casati-Massetti

(GP.Maffioletti)

PGT 2013

 

RE3

14.032,48 mq.

mc.14.734,44 mq.10.098,64 Alparone –Bogani

(DRH Associati)

Variante PGT 2017 RE3

13.285,44 mq.

 

mc.13.949,72

 

mq.13.287,13

Bogani

Fine vita, consenso informato e DAT – Dichiarazione Anticipata di Trattamento – Intervento dell’on. Ezio Casati alla Camera dei Deputati

Fine vita…il mio intervento di oggi in Aula…su consenso informato e Dat.

Pubblicato da Ezio Casati su Lunedì 13 marzo 2017

Intervento alla Camera dei Deputati – 13 marzo 2017

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Casati. Ne ha facoltà.

EZIO PRIMO CASATI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, in questi anni i progressi medico-scientifici ed una diversa sensibilità dell’opinione pubblica sul delicato tema del fine vita hanno impegnato e responsabilizzato il Parlamento italiano ad un serio dibattito. Siamo oggi giunti, dopo un lungo lavoro in Commissione, ad una proposta sul consenso informato e sulle disposizioni anticipate di trattamento. Si tratta di un lavoro approfondito, serio, una proposta che la Camera si trova oggi a dibattere che pone in essere strumenti equilibrati e non ideologici in grado di tutelare la volontà e soprattutto la dignità delle persone malate in situazioni drammatiche, dolorose, sulle quali la prospettiva di vita sembra non dare speranze. Il testo, che parte con gli obiettivi della legge di ribadire ciò che recitano gli articoli 2, 3, 13 e 32 della nostra Costituzione e gli articoli 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, parla sia del diritto alla vita sia della responsabilità diretta dei soggetti, quindi un insieme di norme che già nel dettato costituzionale trovano una linea. Il testo è equilibrato, leggero, che parla di consenso informato non come un atto burocratico volto soltanto a riempire un modulo, ma che parla della dichiarazione anticipata di trattamento come di una volontà, che può essere leggera, quando è espressa molto tempo prima del momento in cui chi la esprime si trova nella malattia più profonda, e che invece è data magari in maniera più dettagliata, accompagnati dal medico, nel momento più vicino alla fine. Però sono due atti che portano con sé la consapevolezza di non essere lasciati soli, ma di camminare lungo un percorso della vita che prevede anche l’arrivo alla morte in maniera informata. Io non sono catalogato né tra chi sostiene di essere l’esercito della vita né tra chi sostiene di essere l’esercito della morte: penso di tutelare quella cultura che porta con sé la pienezza della vita, come una persona che ha la consapevolezza che bisogna concepire la vita come un bene ineludibile e non come un bene finto.

Troppe volte, negli anni, dal dramma di Eluana Englaro fino al più recente caso del dj Fabo, gli italiani hanno rimproverato alla politica e alle istituzioni di essere in ritardo, di non essere all’altezza, di non essere in grado di esprimere una normativa in grado di tutelare le volontà ultime della persona nei terribili momenti nei quali il dolore e le terapie non offrono alcuna possibilità di ripresa. Si tratta, a mio avviso, di sgomberare il campo da diversi equivoci: la normativa sul consenso informato e sulle DAT non presuppone alcun riferimento agli esiti di eutanasia. Questo è il primo elemento da valutare. Non stiamo legiferando sull’eutanasia o sul suicidio assistito, non credo che lo Stato potrà mai arrogarsi il diritto di decidere sulla morte di un suo cittadino, nemmeno in casi estremi, nemmeno con il consenso dello stesso cittadino.

Non esiste, dal punto di vista storico e giuridico, nel contesto dello Stato moderno di diritto, la capacità dello Stato di decidere o di delegare ad altri la morte anticipata delle persone. Lo Stato moderno, democratico, liberale e sociale impone, invece, la tutela costituzionale della vita e della dignità dei suoi cittadini. Ogni uomo viene difeso costituzionalmente nel suo diritto ad esistere, vivere in salute e contribuire al benessere collettivo.

Permettetemi di riprendere alcune riflessioni del cardinal Martini, che rilasciò nel 2007 a Il Sole 24 Ore. Alla vigilia dei suoi ottant’anni, il cardinal Martini riflette sulla vita e la malattia e chiarisce che l’eutanasia non va confusa con il rifiuto all’accanimento terapeutico: c’è l’esigenza di elaborare norme che consentano di respingere le cure per stabilire se un intervento medico sia appropriato; non ci sono regole generali e non può essere trascurata la volontà del malato e della malattia.

La crescente capacità terapeutica della medicina consente di protrarre la vita pure in condizioni un tempo impensabili. Senz’altro il progresso medico è assai positivo, ma nello stesso tempo le nuove tecnologie, che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano, richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti, quando ormai non giovino più alla persona.

È di grandissima importanza, in questo contesto, distinguere tra eutanasia e astensione dall’accanimento terapeutico, due termini spesso confusi. Il primo si riferisce a un gesto che intende abbreviare la vita causando positivamente la morte; il secondo consiste nella rinuncia all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo. Evitando l’accanimento terapeutico non si vuole procurare la morte, si accetta di non poterla impedire, assumendo così i limiti propri della condizione umana mortale.

Occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. In particolare, non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete, anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite, di valutare se le cure che gli vengono proposte in tali casi di eccezionale gravità siano effettivamente proporzionate.

Del resto, questo non deve equivalere a lasciare il malato in condizioni di isolamento nella sua valutazione e nella sua decisione, secondo una concezione del principio di autonomia che tende erroneamente a considerarla come assoluta. Anzi, è responsabilità di tutti accompagnare chi soffre, soprattutto quando il momento della morte si avvicina: la sedazione del dolore, le cure infermieristiche. Proprio in questa linea si muove la medicina palliativa, che riveste quindi una grande importanza.

Dal punto di vista giuridico rimane aperta l’esigenza di elaborare una normativa che, da una parte, consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto informato delle cure, in quanto ritenute sproporzionate dal paziente, dall’altra, protegga il medico da eventuali accuse, come quello di essere condiscendente, quindi ci sia un aiuto al suicidio, senza che questo implichi in alcun modo la legalizzazione dell’eutanasia.

La realtà è molto più complessa di come la descriviamo. Ogni situazione, ogni persona malata, ogni fine vita sono diversi e complessi. Una cosa è certa: ogni persona ha dentro un’irriducibile forza vitale che lo spinge ad andare avanti a sperare, a tentare con ogni sforzo di aggrapparsi alla vita.

Anche nei drammatici casi ai quali abbiamo assistito recentemente c’era un doloroso grido alla vita e alla dignità della persona, un irriducibile e doloroso richiamo alla tutela della persona umana. È sbagliato, è fuorviante, a mio modesto parere, pensare che in questa materia esistano

solo due alternative opposte, antitetiche: soffrire senza speranza o, all’opposto, chiedere di morire. Chiedere la morte per le troppe incurabili sofferenze è sempre doloroso e non credo possa iscriversi nella tradizione della libertà personale. Chiedere di alleviare le sofferenze, di ridurre il dolore, chiedere di evitare cure inutili e non risolutive è invece doveroso come non comprendere l’accanimento terapeutico.

Vorrei chiudere il mio intervento richiamandomi ad un documento elaborato recentemente dalle commissioni etico-teologiche della Chiesa cattolica lo scorso febbraio. Nella sezione del morire viene considerato l’atteggiamento davanti al malato nella fase terminale della malattia luogo di verifica della professionalità e della responsabilità etica degli operatori sanitari. In questo ambito un aspetto molto attuale e considerato dalla Carta, oggetto di questi giorni di molte discussioni nel Parlamento italiano, è il riferimento all’espressione di anticipo da parte del paziente alle sue volontà circa i trattamenti ai quali desidererebbe o non desidererebbe essere sottoposto nel caso in cui, nel decorso della sua malattia, a causa dei traumi improvvisi, non fosse più in grado di esprimere il proprio consenso. La Carta afferma che non è comunque un mero esecutore…

PRESIDENTE. Concluda.

EZIO PRIMO CASATI. Tema ugualmente rilevante è quello della nutrizione e dell’idratazione anche artificialmente somministrata.

PRESIDENTE. Grazie.

EZIO PRIMO CASATI. Concludo proprio in dieci secondi. Considerate che le cure sono dovute al morente quando non risultino troppo gravose o di alcun beneficio. Ci si aspetta quindi che siamo chiamati ad un compito impegnativo…

PRESIDENTE. Deve concludere.

EZIO PRIMO CASATI. …ma sono convinto che sapremo assolverlo con la giusta saggezza

Il Partito Democratico propone la riduzione dell’IRPEF Comunale

L’Ordine del Giorno del Consiglio Comunale di mercoledì 14 Dicembre 2016, prevedeva l’approvazione del Bilancio di previsione per il triennio 2017-2019 e l’esame degli emendamenti al Bilancio stesso.
Il Partito Democratico, tramite il suo Consigliere Comunale Marco Coloretti, ex Assessore al Bilancio della precedente Giunta guidata dal sindaco Gianfranco Massetti, ha presentato alcuni emendamenti al Bilancio proposto dalla Giunta Alparone.
Obiettivo degli emendamenti era di abbassare l’aliquota IRPEF Comunale dall’attuale 0.8% allo 0.7%.
Un decimo di punto percentuale l’IRPEF equivale a 683.750 euro, e tale era la riduzione proposta per alcune delle spese previste dall’attuale Giunta di Paderno Dugnano.
Gli emendamenti proposti dal PD chiedevano di ridurre spese ascrivibili a voci di gestione e di consumi interni al comune, senza toccare i servizi alla persona.

La parola chiave su cui è stato impostato il processo di revisione è stata EQUITÀ.

Il Concetto di EQUITÀ va oltre i confini della Città di Paderno: ci sono Cittadini che in questi anni hanno e stanno pagando troppo; anni in cui il prelievo fiscale si è concentrato sui redditi certi, in primo luogo sul lavoro dipendente e sulle pensioni.
Già nelle prime pagine del Documento Unico di Programmazione di Paderno Dugnano, il quadro macroeconomico nazionale indica una tendenza negativa rispetto alla propensione ai consumi. Non è difficile immaginare che molte famiglie stanno letteralmente tirando la cinghia.
Ci sembra quindi necessaria un’inversione di tendenza per favorire quello che una volta si sarebbe chiamato “ceto medio”: è necessario che, anche a partire dalle scelte del nostro Comune, si possa invertire la rotta, andando a contenere il prelievo di risorse a chi oggi, proprio nella difficoltà della congiuntura economica, rappresenta la rete di sostegno del sistema sociale.
Sostenere lavoratori dipendenti e pensionati è importante anche in ragione di una preoccupante riduzione dei servizi garantiti e ad un loro progressivo maggiore costo. Si pensi ad esempio ai costi relativi alla cura e alla salute delle persone.

Ma la proposta di RIDUZIONE dell’IRPEF non è stata accolta dalla maggioranza e Giunta Alparone.

Senza ricorrere ad una facile demagogia, si può affermare che la proposta era meno “impraticabile” di quanto dichiarato in Consiglio comunale.
Di 59 voci toccate da tagli, tutte relative a spese che non riguardavano i servizi alla persona, molte hanno ricevuto il parere contrario con la motivazione, davvero opinabile, “non si ritiene prudente ridurre lo stanziamento”. Con tali voci si erano raggiunti 314.750 euro, pari al 46,50% della proposta.
Si era poi proposto un abbondante 25% di tagli relativi a costi associabili a consumi di acqua, elettricità e metano che, a nostro avviso, si potevano ottimizzare almeno nelle previsioni. Opinabile, si dirà, ma non impossibile.

Anche questi emendamenti non sono stati accettati dalla maggioranza.

Ciò che ci preme sottolineare è che la proposta del Partito Democratico non è uno spot, ma un serio e diverso approccio alla questione finanziaria.

È un punto di partenza di un ragionamento che porteremo avanti nel prossimo futuro e che punterà a modificare le aliquote. Aliquote magari calcolate sulle fasce di reddito invece che definite da una imposta unica. Criterio sempre rifiutato negli anni passati.
Per cambiare approccio le risorse ci sono, altri comuni già le adottano, a cominciare da Milano. Non farlo ci sembra davvero un cattivo servizio offerto ai nostri cittadini.

L’aspetto positivo legato a questa proposta di TAGLIO dell’IRPEF Comunale è che ha avuto il sostegno di tutta l’opposizione. Bene! Significa che le proposte del Partito Democratico non sono rivolte solo al proprio ombelico ma sanno parlare anche ad altre realtà e gruppi politici e ci auguriamo incontrino anche la condivisione di molti Cittadini che possano così guardare al PD come ad una seria alternativa di governo a Paderno Dugnano.
La mancata approvazione della riduzione dell’IRPEF non è l’unico motivo alla base del giudizio negativo su questo bilancio, che in realtà si dimostra in perfetta linea con le scelte dell’Amministrazione di centrodestra che governa Paderno da anni. La perfezione tecnica e l’equilibrio finanziario, non sono sufficienti per dire “si è fatto un buon lavoro e si è raggiunto l’obiettivo”.

Come PD riteniamo che la solidità finanziaria sia un buon punto di partenza, infatti Paderno ha una lunga storia di oculatezza finanziaria, i cui meriti partono da lontano.

Ma oggi, la sfida è osare, non conservare!

La sfida è provare a invertire le tendenze, a immaginare una città in trasformazione, evitando che sia le esigenze dell’espansione commerciale e abitativa a dettare il cambiamento.
Il Partito Democratico punta ad una città che possa muoversi intorno ad idee di innovazione ambientale e tecnologica, culturale e di riqualificazione degli spazi urbani, verso una propensione ad maggiore consumo per tutti, ma di migliore qualità e sostenibilità.
Con l’attuale Amministrazione appare evidente un ritardo di programmazione, frutto di un’idea conservatrice della politica locale, volta al mantenimento dello status quo e spesso incline a subire le iniziative di chi è portatore di interessi forti. Così Paderno si stravolge, non si trasforma.

È sulla base di queste considerazioni che il PD ha inserito insieme alla proposta di riduzione dell’IRPEF anche altri emendamenti, minori nelle cifre ma non nella sostanza, volti a spostare l’attenzione proprio alla qualità della Città. Tutti emendamenti respinti dalla Giunta Alparone.
Oggi non abbiamo raccolto il risultato sperato, ma la partita continua e il gruppo del PD è in campo.
Se vogliamo rilanciare le potenzialità della nostra città, abbiamo bisogno di cittadini che vogliono scommettere sul futuro di Paderno Dugnano e sul futuro della politica, agendo da protagonisti, affinché si ritorni davvero a pensare alla cosa pubblica come ad un bene comune.

Restiamo convinti che saper governare il territorio e formare a livello locale una classe politica adeguata sia la via maestra per una ri-generazione del Paese Italia e per dare una risposta adeguata ai bisogni dei cittadini. Sempre dalla parte di chi ha meno opportunità e diritti, per garantire a tutti più equità sociale e maggiore libertà.

articolo a cura di
Patrizia Cibin
componente Coordinamento Circolo PD di Paderno Dugnano

Lettera aperta della segretaria cittadina Paola Cattin in risposta al blog “La Scommessa”

Caro Giovanni,

ho apprezzato molto lo spazio che hai dedicato sul blog La Scommessa al Partito Democratico e all’intervento del Segretario Matteo Renzi nell’assemblea nazionale di domenica scorsa.

Mi auguro che in questo tempo che tu definisci nuovo,  ma che per me è solo un continuum evolutivo del Partito Democratico, ci siano momenti e spazi -più concreti e fattuali di un blog – dove si possa davvero guardare la lampadina che non funziona e impegnarsi a ripartire da lì.

Mi preme, tuttavia, precisare che gli iscritti e i simpatizzanti del PD a Paderno Dugnano non hanno subito l’effetto paralisi che tu dichiari alla fine del tuo approfondimento. Infatti nei soli trenta giorni che hanno preceduto la consultazione referendaria abbiamo organizzato venti momenti di incontro (quasi uno al giorno) nei mercati, nelle piazze, in prossimità delle chiese e dei luoghi di aggregazione. Ore preziose di ascolto e condivisione vere, e non solo virtuali,  con moltissimi cittadini che hanno avuto l’opportunità concreta di manifestare le loro esigenze.

In riferimento alle tue riflessioni, inoltre, faccio personalmente fatica a porgere l’altra guancia e continuare un dialogo, una collaborazione locale con coloro che hanno usato toni e atteggiamenti molto aggressivi nella campagna referendaria e comunque contro il segretario nazionale e il Partito che qui a Paderno Dugnano rappresento.

L’auspicio è che, se vi è davvero la volontà e l’onestà intellettuale di un percorso condiviso, ci si sieda tutti al tavolo dell’ascolto e del confronto con un atteggiamento di profondo rispetto reciproco per chi siamo e per chi rappresentiamo con l’impegno a collaborare e non a primeggiare per disegnare il futuro di tutte le persone che nei prossimi anni abiteranno Paderno Dugnano.

Infine, fa piacere apprendere dallo spazio di un blog la disponibilità e l’impegno di Gianfranco Massetti per “concentrarsi su Paderno” e “ricostruire una coalizione di centrosinistra”, dato che in molte occasioni è stato sollecitato a questo ma non vi è mai stata da parte sua una fattiva risposta, ed è altrettanto interessante che manifesti questa disponibilità a te, Giovanni, e non al  segretario cittadino del Partito in cui, forse, milita.

Certa di incontrarti presto

Paola Cattin
Segretario Cittadino del Partito Democratico

Elezioni amministrative e renzismo

Dopo i risultati del primo turno alle amministrative, in attesa dei ballottaggi, ho letto molto, ho ascoltato tante persone ed ho riflettuto sul risultato elettorale e sulle prospettive future, innanzitutto del Paese e poi del mio partito, il Partito Democratico. Sono contento del risultato? No assolutamente no.

 

Non ritengo corretti però i “de profundis”, a volte cantati e a volte sperati dentro e fuori il PD, nè condivido chi dice è andata malissimo o male. Partiamo dal dato elettorale di Milano. Il PD prende in percentuale più voti delle passate amministrative, la lista Sala va bene, chi sta sotto le aspettative è invece la lista Arancione, uscita ridimensionata dalla divisione con la componente di Basilio Rizzo, il quale dopo le primarie decise di non sostenere il candidato Beppe Sala.

 

In campo avverso il candidato Parisi ottiene un buon risultato, frutto di un centrodestra unito che mette insieme tutte le forze politiche che governano la Regione Lombardia. I disastri dell’attuale Palazzo Lombardia a guida Maroni mi paiono assolutamente evidenti a tutti.

 

Ricordiamoci che a Milano, prima della positiva esperienza amministrativa di Giuliano Pisapia, si veniva da venti anni di governo leghista e di centrodestra. Quale sarebbe quindi la prospettiva di crescita e sviluppo che questo centrodestra potrebbe dare all’area Metropolitana di Milano? A mio avviso il nulla e comunque Beppe Sala sta davanti. A Bologna, invece, la competizione si gioca fra Merola sostenuto dal PD e dal centrosinistra – avanti di 17 punti – e la leghista Bergonzoni con una coalizione di centrodestra.

 

L’analisi sul risultato elettorale di Roma non può prescindere da due elementi: la disastrosa esperienza di governo dell’amministrazione di centrodestra del sindaco Alemanno e l’opportunità sprecata dal sindaco Marino, che con un’ampia maggioranza di centrosinistra ha fallito. Le sue responsabilità personali e l’inadeguatezza del ruolo sono stati evidenti. Per chi frequenta Roma quattro giorni la settimana, vi posso garantire, le carenze amministrative e nella gestione sono sotto gli occhi di tutti. Va poi aggiunta la vicenda di mafia capitale che ha travolto, con intrecci fra delinquenza, mafia e mala-politica, varie persone, associazioni ed anche esponenti dei partiti. Nel gestire una situazione complicata come quella del Sindaco Marino, difeso dal PD per lungo tempo, sono stati fatti parecchi errori ma il sindaco ce ne ha messo di suo.

 

Ora, vicini ai ballottaggi, il sistema politico nazionale sembra delinearsi, con scenari diversi da città a città, in maniera tripolare: PD, M5S e Centrodestra. Roma è l’unica città dove i Grillini sembrano prevalere, Giachetti ha comunque ottenuto un secondo posto meritevole; mentre a Torino l’ottimo sindaco Piero Fassino ha un vantaggio di 11 punti sulla sfidante grillina. Cagliari è l’esempio della serietà del PD. Quando noi sosteniamo un sindaco lo facciamo davvero e non poniamo distinguo, se non nei programmi. Questo, mi si consenta, non lo riscontro nelle parcellizzate forze della sinistra più radicale che tra l’altro non ottengono grandi risultati. Nella nostra Lombardia e in tutta Italia, infine, sono centinaia i sindaci targati PD o sostenuti da liste civiche di centrosinistra ad aver vinto subito al primo turno.

 

Che cosa bisogna fare adesso? Per chi crede nel PD e nel progetto del centrosinistra occorre mettere in campo le risorse per una campagna elettorale senza polemiche interne e con convinzione. Parlando con le persone e  cercando di spiegare loro le ragioni della nostra cultura amministrativa e delle nostre capacità di buon governo. Illustrando a tutti i progetti che proponiamo per ogni città o comune. Solo così possiamo vincere i ballottaggi.

 

Il rischio evidente, nei ballottaggi, è che per dare addosso al Governo Renzi tutti si coalizzino contro il PD. E’ possibile ma esprime, a mio avviso, un profilo basso della politica. Per dare una lezione al governo nazionale ci si coalizza contro, persino con alleanze “innaturali” dove, in funzione anti PD, si arriva a sostenere anche un proprio avversario. Mi dispiace, ma questa non è la mia logica!

 

Va tutto bene nel PD? No, occorre fare il punto politico e programmare il futuro. Per questo il segretario Matteo Renzi ha messo a disposizione il Congresso anticipato. Lo statuto del PD prevede che i ruoli di premier e segretario sono ricoperti dalla stessa persona. Ed anche ieri, quando le disastrose elezioni politiche del 2013 videro il segretario Pierluigi Bersani ottenere un incarico (poi fallito) per formare il Governo, la linea premier-segretario era la stessa. Con parecchia incoerenza, oggi, molti esponenti PD negano tutto questo. Pare che Renzi debba essere sempre sotto esame, tutte le cose che fa o propone sono da mettere sotto la lente d’ingrandimento.

 

Per concludere: il centrosinistra, senza un PD unito, non ha prospettive ed io penso che dobbiamo essere grati a Matteo Renzi per aver dato una scossa al PD e all’Italia. Valorizziamo il lavoro fatto e concentriamoci su quello da fare, con la certezza di avere competenze, progetti e idee nuove per il futuro delle città e dell’Italia intera. Mettendo sempre al centro dei progetti i cittadini, le famiglie e le imprese. 

 
On.le Ezio Casati

Chi e perché ha ucciso Aldo Moro – La democrazia violata

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L’intervento dell’onorevole Gero Grassi, esponente PD, venerdi sera in aula consiliare (27 maggio 2016 – n.d.r) non si può nemmeno lontanamente riassumere in quattro righe. Gero Grassi ha studiato a fondo gli atti ufficiali del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro e ci ha dimostrato di essere in grado di parlare ininterrottamente per più di due ore del caso Moro, fornendo una sintesi politica, storica e sociale dei fatti del tutto lucida e appassionata.

Per chi volesse approfondire e recuperare la mole di informazioni inerenti l’omicidio dello statista democristiano può accedere al sito del parlamentare – gerograssi.it.

Quello che a me resta da fare è cercare di trasmettere il senso di una serata come quella a cui ho partecipato, uscendone ancora più consapevole che cercare la verità sui fatti oscuri del nostro passato (dalle stragi di stato al terrorismo, dai delitti eccellenti – Moro e Mattei – alle ombre criminali che ancora si aggirano tra noi) significa difendere e rafforzare la nostra democrazia, troppo spesso violata.

Per questo, di Moro, sacrificio umano sull’altare di interessi occulti nazionali e sovranazionali, “non si può resuscitare il cadavere ma occorre rendergli giustizia”. Perché il caso Moro è il caso Italia.

Gero Grassi non ha avuto remore a ricostruire i fatti partendo proprio dai tanti nodi che si sono intrecciati intorno alla vicenda umana e politica di Aldo Moro.

Ha parlato di più livelli di complicità intercorsi tra soggetti lontani tra loro sia dentro lo scenario nazionale (l’Arma dei carabinieri che nei suoi vertici “tifava” per una soluzione greca o cilena della crisi di quegli anni insieme agli esecutori materiali del delitto, le Brigate Rosse) sia dentro lo scenario internazionale (Usa e Urss che si combattevano ovunque in Italia si ritrovano sullo stesso fronte per bloccare la politica di apertura ai comunisti a cui Moro stava lavorando e con successo).

IMG_8438Ora su questo punto credo occorra alzare la nostra attenzione: il progetto politico di Aldo Moro non era né avventuristico né tattico (come invece fu per chi ne usurpò il ruolo, quell’Andreotti che di fatto usò il compromesso storico per imbrigliare i comunisti italiani e bloccare il sistema Paese).

La sua visione era quella di uno statista vero, profondo difensore delle sue radici democratiche e cristiane – quelle che lo avevano spinto a promuovere la riforma della scuola italiana per togliere l’analfabetismo dal Paese e che considerava la scuola un ascensore sociale per quei soggetti meritevoli che non avevano avuto la fortuna di nascere in famiglie abbienti, ad esempio – e che per questo riteneva che “i diritti vanno riconosciuti alla persona, e non concessi dallo Stato”.

Un uomo di governo che scelse di nazionalizzare l’energia elettrica contro gli interessi particolari di allora che mettevano un freno allo sviluppo di intere aree del Paese, e così facendo debellando parte della miseria diffusa soprattutto nel mondo agricolo.

Una personalità scomoda per chi ha sempre ritenuto che gli interessi italiani dovessero restare nella mani di pochi e subalterni alle volontà extraterritoriali (non a caso nel 1974 ricevette il primo avvertimento da parte di Henry Kissinger, segretario di Stato americano, che gli prospettò la “rimozione” dai suoi compiti se non smetteva di porsi in contrasto con gli interessi a stelle e strisce).

Per non parlare dei servizi segreti italiani, deviati e non, e dell’allora segrete strutture parallele ai livelli dello stato (P2 e Gladio, che tanto per essere chiari conducevano a Licio Gelli e Francesco Cossiga), nemici giurati di qualsiasi progetto che potesse sconvolgere l’ordine costituito su scala internazionale, dietro cui si celava la volontà di detenere il potere al di là dell’espressione popolare, con ogni mezzo e al fine di trarne il più particolare vantaggio.

In questo scenario, le Brigate Rosse, la cui matrice rivoluzionaria di stampo comunista si trova in rotta di collisione con l’allora guida del PCI (incarnata da un altro statista il cui rilievo gli sarà attribuito solo dopo la morte, Enrico Berlinguer), capace di intercettare il sogno di Moro: collaborare per un Paese libero dalla logica della guerra fredda che ne frena lo sviluppo e l’equità sociale, per inserire l’Italia in un consesso europeo avanzato, dentro un’Europa capace di competere con le due superpotenze (Usa e Urss) e di promuovere una democrazia più larga, inclusiva delle masse lavoratrici.

Aldo_MoroPer Moro l’idea guida stava nel democratizzare ancor più il sistema Paese e sbloccarlo da una logica di potere i cui guasti (corruzione, privilegio, malaffare) erano già tutti ben visibili.

Non era una semplice “apertura a sinistra”, di più: era lo sblocco di una democrazia incompiuta, che includesse nel processo anche il più grande partito comunista d’occidente perché il risultato avrebbe rafforzato la democrazia italiana e non l’avrebbe messa in pericolo (anche perché da tempo il PCI dava segni di emancipazione dalla sovranità sovietica – tanto che Berlinguer dovette subire un “incidente” automobilistico a Sofia in cui perse la vita il suo autista).

Le Brigate Rosse si trovarono così sulla stessa sponda rivoluzionaria di chi voleva impedire il pieno sviluppo democratico del Paese e finirono per essere il braccio armato di chi voleva una democrazia bloccata.

Ma di certo non avevano quella “potenza di fuoco” di cui tanto si parlò allora. In via Fani, dove avvenne il rapimento di Moro e l’uccisione della sua scorta, il “gruppo di fuoco” in realtà si basava su un tiratore particolarmente abile da cercarsi fuori dal contesto brigatista, mentre altre presenze ritratte nelle foto dell’epoca danno da pensare : ci sono profili di appartenenti alla banda della Magliana, alla ‘ndrangheta, ai servizi segreti di Paesi diversi – quelli in guerra tra loro da tutte le parti del mondo ma in questo scenario tacitamente alleati.

Una serie di “convergenze parallele” per usare un’espressione che rese celebre proprio Aldo Moro, al cui rapimento (che poi dovesse morire era già scritto) assistettero coscienti, ognuno perseguendo un proprio interesse ma ciascuno traendo un proprio vantaggio (ai brigatisti servì in un secondo momento, calato il sipario sugli anni di piombo, per costruirsi una nuova vita di consulenze ministeriali e approdi professionali al riparo da ogni giudizio di verità).

A questo punto davvero sembra mancare l’ossigeno.

Ciò che ci dà la forza di ricordare, ricostruire e difendere la memoria di quegli anni è la consapevolezza di farlo per poter vivere in un Paese più libero, democratico e giusto.

E perché il sacrificio di Aldo Moro davvero non sia invano.

Per ultimo vi dirò chi, secondo Gero Grassi che lo ha fortemente motivato, fosse il capo delle Brigate Rosse: Giovanni Senzani, uno che lavorava di giorno per il Ministero di Grazia e Giustizia e di notte per le BR, ma che non fu mai giudicato per il delitto Moro perché la sua appartenenza alle BR – riconosciuta – è datata novembre 1978, sei mesi dopo il delitto dello statista. Lo ha stabilito un tribunale il cui giudice era il padre dell’avvocato difensore di Giovanni Senzani.

Purtroppo non è una barzelletta.

Reagire allo schiaffo al PD di Paderno Dugnano!

Come iscritta al Partito Democratico ho seguito la vicenda della candidatura di Lidia Ruzzon nella lista PD per le elezioni del Consiglio Comunale di Milano di Giugno 2016.

Ho partecipato all’incontro che il Circolo PD di Paderno Dugnano ha avuto con la Federazione PD di Milano, ho letto il Comunicato Stampa di Paola Cattin Segretaria PD di Paderno e seguito i commenti di Gianfranco Massetti su www.quipadernodugnano.info.

Sono d’accordo con Paola e con Gianfranco.

La decisione di candidare la Ruzzon nel PD è una scelta politica, di una politica che non mi piace. Di una politica che non vorrei si facesse nel Partito Democratico a cui sono iscritta.

Non concordo con una scelta fatta da una classe dirigente che si è presentata come ‘rottamatrice’ di una vecchia politica, ma che nei fatti si sta spesso dimostrando peggiore della precedente.

Queste scelte, fatte per ‘conquistare’ voti nell’area del centro destra a mio avviso finiscono con il far perdere molti voti a sinistra, con un saldo finale che si può immaginare negativo.

Il tentativo in atto già da tempo è quello di cambiare la natura del PD, di far perdere i valori di partecipazione e di coinvolgimento dal basso dei cittadini, per lasciare spazio a giochi di potere e di lobby. Giochi che ci sono sempre stati e che sempre ci saranno, non illudiamoci, ma che nel PD che vorrei dovrebbero essere il più possibile limitati.

Quello che voglio dire, soprattutto agli iscritti, ai simpatizzanti ed agli elettori ed elettrici del Partito Democratico è che non dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose. Che soprattutto adesso non dobbiamo buttare la spugna e lasciare il PD nelle mani di questi burattinai. Sono tempi difficili, ma non dobbiamo perdere la speranza e la voglia di costruire un paese che ci piace, che sia Paderno Dugnano o che sia l’Italia.

Spero che questa esperienza possa servire a compattare e a spronare il Circolo PD di Paderno in nuove attività e a coinvolgere altri cittadini che questo modo di operare non lo accettano.

Dobbiamo Resistere, Resistere, Resistere.

Il Popolo del PD è nato dalla Resistenza e la Resistenza ce l’ha nel sangue!

Patrizia Cibin – componente Coordinamento Circolo PD di Paderno Dugnano

Libertà è partecipazione

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Riqualificazione del mercato di Paderno (via Oslavia)

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Riqualificazione via S. Ambrogio e gestione del territorio padernese

cattin_paolaIl Partito Democratico di Paderno Dugnano si è fatto promotore dall’inizio dell’anno di un gruppo di lavoro permanente per analizzare e confrontarsi sulla gestione dell’ambiente e del territorio comunale.

A questo gruppo partecipano, oltre al segretario cittadino del PD Paola Cattin, anche diversi cittadini di Paderno Dugnano che possono vantare una consolidata competenza ed esperienza nel settore sia per motivi professionali sia per aver ricoperto, nelle precedenti amministrazioni, ruoli di responsabilità inerenti a questo tema.

Al primo incontro del 19 gennaio ’16 si sono subito evidenziate le criticità delle recenti scelte dell’attuale giunta comunale che, nonostante dichiari con forza di avere a cuore la tutela del territorio per la difesa degli spazi comuni e del verde, agisce in modo diametralmente opposto. Sono ad aggi all’esame di questo gruppo, le proposte di variazioni del Piano di Governo del Territorio che, ad un primo e veloce esame, potrebbero compromettere anche progetti di conservazione e ampliamento di aree verdi e parchi ormai consolidate negli anni come, per esempio, il progetto del Parco del Seveso.

Altra questione esaminata, già nel primo incontro, è la proposta di riqualificazione della via S. Ambrogio nel quartiere di Palazzolo. A tutti è nota l’attuale situazione di impraticabilità dei marciapiedi a causa delle radici dei tigli che escono dal manto stradale e rendono difficoltoso e pericoloso il passaggio pedonale ed impossibile il transito con passeggini e carrozzine, tanto che ormai molti preferiscono usare l’area stradale mettendo a rischio la propria incolumità. Le nostre riflessioni e la nostra proposta, completamente in antitesi a quella della giunta comunale che vorrebbe un taglio netto delle piante e una completa cementificazione della via, prevedono una soluzione che permetta sia ai cittadini di fruire dei marciapiedi, della strada e sia ai tigli di sopravvivere.

Per questo gruppo l’ipotesi è di realizzare in via S. Ambrogio il naturale proseguimento di via Italia del quartiere di Incirano, ovvero di ridurre ad una corsia la careggiata, proseguire la pista ciclabile che collegherebbe il centro storico di Palazzolo con il centro storico di Dugnano e mettere in sicurezza i marciapiedi allargandoli e bonificando l’apparato radicale dei tigli.

Ribadiamo che è un’ipotesi che si può realizzare solo con il coinvolgimento diretto dei cittadini del quartiere. La modalità operativa di questa giunta che riduce progressivamente la partecipazione delle persone, riducendo spazi e modi (che fine hanno fatto i consigli di quartiere?), non può essere la nostra scelta di progettazione e di sviluppo. Non ci può essere democrazia e libertà senza partecipazione, senza coinvolgimento di chi ogni giorni vive via S. Ambrogio o la pratica per i più svariati motivi.

Per questo l’impegno del Partito Democratico è quello di coinvolgere tutti dai singoli cittadini, alle altre forze politiche e/o di rappresentanza per riflettere insieme, confrontarsi, costruire. Certo che questo è possibile solo con la volontà reciproca di sedersi insieme intorno al tavolo, il rammarico è che talvolta alle parole di apertura e disponibilità seguano fatti di individualismo e chiusura. Ma noi che abbiamo la parola democrazia nel nostro nome continuiamo imperterriti nel traccia della nostra storia di condivisione, confronto e tutela del bene comune.

Paola Cattin
Segretario cittadino Partito Democratico

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